Pavé du Chardonnet

C’è chi crede alle fate, e c’è chi invece arrampica nel Queyrellin -, diceva Sebastien Constant in uno degli ultimi approfondimenti dedicati da Alp Wall (agosto-settembre 2004) a questo magico ambiente. Vi sto parlando di un bell’angolo della Val Clarée, dove la luce del sole gioca tra le pinete, accarezza sterminati e verdissimi prati ondulati, si riflette nei laghetti dai quali l’acqua discende in sinuose anse che ricamano i pascoli. Su tutto dominano le Torri del Queyrellin, slanciate architetture verticali in puro calcare, alte fin oltre i 2900m.

Il meteo qua è quasi sempre buono, anche se spira consueto un fresco vento.
Abbandoniamo quindi le nostre Alpi, in questo periodo sempre piovose/nevose, per un salto oltre frontiera. Il maltempo nelle ultime settimane infatti ha impedito le uscite sulla Ovest della Chalanson, ed anche l’ascesa del Polluce programmata per oggi. Ripieghiamo quindi con piacere in Vallée della Clarée, sfruttando un unico giorno di beltempo in questa lunga serie di giorni piovosi.

Ero già stato qui anni fa con un corso di alpinismo, ed ero rimasto entusiasmato da questo ambiente. Incredibile per come sappia  coniugare la delicatezza dei pascoli pianeggianti attorno al grazioso Refuge du Chardonnet con il piacere di una gradevole arrampicata su ottimo calcare. La nostra meta è la parete SE del Pavé du Chardonnet, 2600m, una torre staccata e minore, ma posta in primo piano rispetto al Rifugio dal quale si giunge. La via è Retour en Névachie.

Due numeri sull’itineario: giungiamo in due ore di viaggio da Torino a Fountancouverte, sopra Névache. In circa 1h siamo al Rifugio, un’altra mezz’ora e siamo all’attacco della parete. La via sviluppa 9-10 tiri, TD-, difficoltà massima 5+, dislivello in arrampicata 250m. Si tratta di una delle pochissime vie interamente protette a spit (è recente, del 1994) e facile (sotto il 6a). Per chi sa sostenere dislivelli significativi con difficoltà superiori (sopra il 6a/b) invece la scelta si fa davvero ampia.

Siamo in pochi sopravvissuti alle idee del progetto Polluce. Ziano sostiene che qui si arrampica bene anche in tre. Buon per lui che si farà 9 tiri da primo, penso. Poi scopro che la tesi è sostenuta dal fatto che a tirare invece sono io. Poco male, il flippangher sotto il 6a non si diverte e lascia fare. Manca purtroppo Paolo, detto l’Istruttore: ha ripiegato per la vela, poco rassicurato dal maltempo degli ultimi giorni.

Una rapida descrizione dell’itinerario, poi spazio alle foto. Rispetto al tracciato originale abbiamo saltato il primo breve tiro sui roccioni staccati alla base della parete. Il primo (secondo, in letteratura) tiro entra in una stretta fenditura. È indicato 6a/A0, ma forse sono difficoltà da cercare, nell’intenzione dell’autore della via. Lo indicherei 5+, senza artif, salendo sfruttando la fenditura. C’è un ingresso scomodo, delicato, da interpretare, poi un tratto sprotetto più semplice e infine l’uscita in sosta.  2° tiro di trasferimento, semplice. Poi si supera un antro degli ungulati e si entra in piena parete con un delicato traverso di 4+ verso sinistra. Un sosta spezza i giri di corda (non segnata in mappa) e si prosegue in aperta parete su un bel 5. Ancora una terrazzone erboso-detritico, da attraversare verso destra. Poi inizia una straordinaria parete calcarea, che si interrompe solo presso la vetta al termine della via. Il 5° tiro è il più impegnativo: un 5+ in una slanciata Dulfer. Breve la sesta lunghezza presso una fessura (4+). Segue una nuova delicata placca sulle rigole scavate nel calcare (5/5+). Roccia stupenda e compatta. L’ottava lunghezza è una nuova salita di 4+ presso lo spigolo della parete che sta per convergere sulla vetta. Un’ultima facile lunghezza (4) supera i roccioni terminali e s’arresta a poche decine di metri di dislivello dalla sommità. Da qui proseguiamo incerti superando slegati alcuni semplici passaggi che conducono alla cresta sommitale. Percorriamo l’affilata cresta che porta all’ometto di vetta, che segna anche la calata in doppia. Con una doppia si raggiunge lo stretto canale detritico sottostante, da qui per ghiaioni si scende alla base. Seguire, faccia a valle, il versante destro del canalone, meno accidentato. Attenzione alla caduta pietre, un pericolo presente ovunque in questo ambiente.

Si tratta davvero di un luogo di grande soddisfazione! Poco frequentato, regala bellissime arrampicate d’ambiente eppure sicure e ben protette, pur non essendo certo terreno di falesia. Un incanto di cui si accorge Gian Carlo Grassi già nel 1972, quando agli albori del Nuovo Mattino apre vie qui. Ma quest’angolo è sempre rimasto un po’ sconosciuto. Davvero un posto da favola, come sostiene il Constant.

Nota: su Alp Wall potrebbero aver invertito i titoli delle vie nella descrizione di pag.62. La 1 corrisponde alla descrizione di Dessine-moi-un Katsup, la 2 è invece la descrizione di Retour en Névachie. Confrontate con lo schizzo presente sul sito del Rifugio e se avete quel numero di Alp fatemi sapere se sto prendendo un granchio.

Filmini!

L’arrivo a Fontcouverte

La vetta, preparazione della calata

Un po’ di foto

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Salendo al Rifugio
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Presso Fontcouverte
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Verdi prati
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Chiare, fresche acque
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Salendo al Rifugio
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Presso il Rifugio
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Le Torri
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Refuge du Chardonnet
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Pavé
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Abitazione mongola
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Abitazione mongola – interno
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Oltre il Rifugio
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Laghetto
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Pavé, la nostra meta
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Panorama
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Primo tiro
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Momenti di salita
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Il 5° tiro
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In salita sul 5° tiro
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La cresta sommitale
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