Mont Avic, fino alla fine del mondo

Immaginatevi di camminare su un tappeto di biglie rotolanti. Immaginate di farlo a occhi chiusi. La salita al Mont Avic con la neve è tutto questo e altro (di peggio) ancora possiate immaginare. Di peggio ci aggiungiamo una temperatura sui -15/-20°C, la salita di un suo versante ombroso, il verglas infido ed invisibile sotto una neve del tutto inconsistente.

Ma andiamo con ordine. Il Mont Avic si trova in un angolo poco noto della Valle d’Aosta, domina con grazia l’intero settore, un reame in cui si respira un senso di abbandono e totale armonia con la natura. Un posto dove è bello starci in autunno. L’Ente del Parco Naturale Mont Avic gestisce in maniera molto gelosa questo gioiello, al punto che è proibito servirsi di attrezzatura per aprire vie alpinistiche. Per evitare equivoci decidiamo di salire privi di alcuna attrezzatura alpinistica da abbandono (chiodi, cordini, protezioni varie, anche la corda resta a casa): una scelta facilitata dal desiderio di leggerezza imposto dal significativo dislivello da percorrere, ben 1700m su terreno privo di sentieri. E il nostro monte oppone solo una breve parete di I grado negli ultimi 50/100 metri dell’ascensione.

Salendo a questa montagna si vive un gran senso di pace e armonia con il mondo. L’ambiente è gratificante e suggestivo. L’aria stessa che si respira sembra regalarti, ad ogni passo, un po’ di quella tranquilla magia di cui vive la montagna. Ben comprendo le affascinanti fughe di Enea Fiorentini, che più volte ha adulato la bellezza di questi posti (vedi anche ISM).
Diverso, invece, il terreno di azione della nostra salita: abbandonato l’ultimo sentiero ci si snoda su un’infida pietraia di blocchi enormi e traballanti. Ogni passo è una perdita di equilibrio. Se poi ci aggiungiamo la neve polverosa che copre le pietre, ogni passo è una caduta cieca su scivolosi enigmi. Sovente sotto la neve, sulle pietre, dimora il verglas e, per finire, la roccia qui è un bel serpentino rosso. Com’è noto il serpentino è molto apprezzato per la sua aderenza, ma in caso di umidità si trasforma in una lastra estremamente scivolosa e pericolosa. Ecco, da questo punto di vista il Mont Avic rappresenta per eccellenza ciò che più odio della montagna.
Diversi pensieri affiorano alla mia mente. Penso che avremmo dovuto salire seguendo un itinerario esposto a sud, magari leggermente meno facile, ma privo di neve; oggi inoltre  fa molto freddo. Penso che avrei dovuto programmare settimane fa questa salita. Penso che potrei stupidamente rompermi una gamba in uno di questi buchi ciechi e scivolosi. Il mio socio invece non è disturbato da queste trappole, così continuiamo fino a sbucare sullo spartiacque. Qui il terreno cambia. Non più grossi detriti instabili e scivolosi, ma fini detriti instabili e scivolosi, ben coperti dalla neve! Un passo avanti e tre indietro, ma almeno non c’è il rischio di rompersi un arto. La salita è su terreno privo di tracce, ma ci sono numerosi ometti.

Il finale di questa storia è scontato. Arriviamo alla base della parete, che ovviamente è incrostata da una gelida patina di neve. Il sole qui non batte più neanche di giorno. Saliamo lo stesso. Un muro, poi un delicato traverso verso destra, poi ancora in alto, dove un’esile cengia muore a destra (ovest) dentro una fessura-camino verticale. Colma di neve. Tento di salire la placca posta a sinistra della fessura, nel punto più facile. Purtroppo inizia un tratto di arrampicata meno ripida, ma formata da placche montonate (il mio personale terrore in discesa) che in caso di verglas sono di quanto più inopportuno ci sia! Fa freddissimo, gli appigli sono occultati da gelida neve. Per migliorare la presa mi levo i guanti (mancano non più di una ventina di metri alla vetta!), ma il brivido gelido è estremamente doloroso e mi provoca crampi ovunque. Niente da fare. Ci fermiamo qui. Il ritorno è molto lungo: già ridiscendere il tratto di parete innevata appena percorso non è uno scherzo, mentre ripercorrere il terreno barcollante sarà tutt’altro che piacevole.

Dopo quanto appena scritto può sembrare strano, ma ho trovato affascinante anche questa salita. Pur essendo mancata la vetta per un soffio dopo una noiosa salita, è stata una passeggiata immersi in un ambiente molto gradevole e intimo, circondati da bellissime montagne immerse nella tranquillità. Mentre gli unici segni di vita sono stati le tracce degli ungulati ed alcuni esemplari di camosci e stambecchi godersi il sole infuocato di queste brevi giornate.

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Alpeggio Pra Oursie, il sole deve ancora spuntare, siamo partiti alle 6h30′.
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Opere irrigue.
Avic-01
Si accende il giorno…
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…anche sul Mont Avic.
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Sfasciumi di salita…
Avic-04
…verso un avvicinamento eterno.
Avic-06
Il gelo ha fermato ogni cosa.
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Seguiamo le tracce degli ungulati.
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Ecco rispuntare il Mont Avic e la sua parete da salire.
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Il sole non esiste qui.
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Paolo arriva sullo spartiacque.
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Sfondo Monte Rosa-Cervino.
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Panorami…
Avic-12 Avic-11 Avic-14
Tramonto sull’Avic
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3 thoughts on “Mont Avic, fino alla fine del mondo

  1. Fiuuuuuu!!! Meno male che non son venuta!!!
    Bravi, ragazzi, mi vien da dire che potete mettere la cima nel paniere 🙂
    Io invece, dal canto mio, reputo che questa cimetta la metterò nel dimenticatoio, è la seconda relazione (di prima mano) che sento un pelo negativa …. mi sa che non sono all’altezza 😦
    Alla prossima, quanto tornerai a fare qualcosa di “umano” (Tipo Monte Marzo, insomma!)
    Silvia

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