Tu, quanto tempo hai?

L’ultimo disco di Roberto Vecchioni, Di rabbia e di stelle, non aggiunge nulla a quanto già prodotto dall’autore negli ultimi anni. Stessi temi, stessa la musicalità. Canzoni sui ragazzi, sull’amicizia, l’amore, il rapporto con Dio. Un ritorno a quanto già sentito e scritto. Con la differenza che mancano pure canzoni di contenuto sociale pungenti e coraggiose, come ci aveva abituato con Shalom e Marika, tanto detestate dai benpensanti e, in parte, dai suoi stessi estimatori forse più abituati alle donne con le gonne che a Velasquez (per dire).

Ma ascoltandolo bene, da questo ultimo album esce qualcosa di sinceramente autentico e genuino. Il tema ricorrente del sogno (le stelle) in contrasto con la realtà (la rabbia) qui si inasprisce e raggiunge l’apice. Come nella tradizione di Leonard Cohen, anche la canzone di Vecchioni è una originale mescola tra poesia, ricerca di un altrove e rabbia. Rabbia intesa più come sfogo che come lotta. Il tutto intriso in un dissennato desiderio di affetto e comprensione.

Anche le musiche sono finalmente essenziali e non cercano finzioni, inutili abbellimenti. Torna il piacere di una canzone suonata con la chitarra, mentre nell’insieme si nota un componimento raffinato ed esemplare, risultato da una schiera di musicisti di livello sopraffino.

L’autore, finalmente, si lascia andare. Da sempre, ma soprattutto nei suoi ultimi album, si nota una ironia di sottofondo, una sorta di beffa o antidoto contro la grande fine incombente. La ricerca di un sogno, fosse anche doverlo rubare o inventarlo dal niente. Ora, questa dimensione delicata eppure forte, trova la massima espressione. Torna il meglio di Vecchioni, assieme alla nebbia di Milano. Anche il disincanto dall’amore diventa in realtà un’umana e bellissima richiesta di aiuto. Una richiesta per continuare a credere, continuare a vivere. Nel tutto poi si innesta il discorso mai terminato con Dio sulla vita: che, tutto e niente, deve finire. 

Forse è proprio la canzone “Tu, quanto tempo hai?” a unire le fila e rappresentare questo disco. Una canzone in cui il professore riesce anche a costruire ancora una volta quelle frasi e quelle cadenze da rendere l’ascolto commovente ed intenso anche all’orecchio più distratto.

C’è tutto il miglior Vecchioni in questo album, compreso il tema del tempo, le riletture dei personaggi, l’incontro con sè stesso. Forse questo album è anche un bilancio, un cercar di tirar le somme quando si è giunti ad una certo punto della propria vita. In effetti in questo lavoro non c’è nulla di davvero nuovo, ma c’è finalmente il meglio di Vecchioni, non occorre altro.

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