Angoscia Metropolitana

Claudio Lolli è un bravo cantautore dai forti contenuti politici e esistenziali. Ha scritto bellissime canzoni, di quelle che durano, che al primo ascolto magari non si apprezzano in tutte le loro sfumature. Come per tutte le cose migliori, io penso che anche per le canzoni il meglio viene compreso, e resta, solo metabolizzandolo con il passare del tempo. Così magari scopri, dopo giorni, mesi o anni, che ciò che hai ascoltato una volta ora continui ad apprezzarlo, cogliendone ancora nuovi motivi di sintonia e interesse.

Interessante come Lolli, amando la piazza intesa come momento di aggregazione e partecipazione (termini che negli anni ’70 avevano un forte significato), abbia invece un rapporto assai conflittuale con la città. Si pensi ad esempio alLa tristezza incredibile di questa mattina, questa nebbia assurda, morbida e feroce, questa nebbia cretina che nasconde la tua voce, le canzoni cantate, i gesti della tua mano, che nasconde la collina, che nasconde Torino, nel Viaggio di Ritorno. Oppure alL’Isola Verde: Mi chiamano pazzo perché, ho sempre in mente di andarmene dalla città. Di andarmene a vivere là, nell’isola verde della mia felicità. La città come luogo di alienazione e indifferenza, dove ad una solidarietà di facciata si accompagna uno spietato arrivismo di branco. A questo punto verrebbe in mente Francesco Guccini, che in Addio saluta la città per tornarsene alla montagna, dove ancora si trovan quattro soldi di civiltà. Questa, invece, è Angoscia Metropolitana, di Claudio Lolli:

Dentro a un cielo nato grigio, si infilzano le gru
ricoperte dalle case, le colline non si vedon più.
Sulle antenne conficcate nella crosta della terra
corron nuvole frustrate, come va un esercito alla guerra.
E la voce che mi esce, si disperde tra le case,
sempre più lontana, se non la conosci, è l’angoscia metropolitana.

Le baracche hanno lanciato, il loro urlo di dolore,
circondando la città, con grosse tenaglie di vergogna.
Ma il rumore delle auto, ha già asfissiato ogni rimorso,
giace morto sul selciato, un bimbo che faceva il muratore.
E la voce che mi esce, si disperde tra le case,
sempre più lontana, se non la conosci, è l’angoscia metropolitana.

Nelle case dei signori, la tristezza ha messo piede,
dietro gli squallidi amori, l’usura delle corde ormai si vede.
Come pere ormai marcite, dal sedere troppo tondo,
le fortune ricucite, mostrano i loro vermi al mondo.
E la voce che mi esce, si disperde tra le case,
sempre più lontana, se non la conosci, è l’angoscia metropolitana.

Fai un salto alla stazione, per cercare il tuo treno,
troverai disperazione, che per venire qui lascia il sereno.
Fai un salto alla partita, troverai mille persone,
che si calciano la vita, fissi dietro un unico pallone.
E la voce che mi esce, si disperde tra le case,
sempre più lontana, se non la conosci, è l’angoscia metropolitana.

La campagna circostante, triste aspetta di morire,
per le strade quanta gente, è in fila per entrare o per uscire.
Chiude l’ultima serranda, poi la luce dice addio,
la città si raccomanda, la sua sporca anima a dio.
E la voce che mi esce, si disperde tra le case,
sempre più lontana, se non la conosci, è l’angoscia metropolitana.

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