Tempo

Ticchettano via i minuti che riempiono un giorno tedioso,
tu sbrandelli e sciupi le ore per strade fuori mano
gironzolando per un angolo della tua città
aspetti che qualcuno o qualcosa ti mostri la via.

Stanco di giocare al sole, di stare a casa a guardare la pioggia,
sei giovane e la vita è lunga, c’è tempo per ammazzare l’oggi.
E poi un giorno scopri che dieci anni ti hanno voltato le spalle:
nessuno ti ha detto quando dovevi correre,
e ti sei perso il segnale di partenza.

E corri e corri per raggiungere il sole, ma sta tramontando,
correndo in tondo per rispuntare ancora dietro di te.
Il sole è lo stesso, nella solita vita, ma tu sei invecchiato
hai il respiro più corto e sei di un giorno più vicino alla morte.

Ogni anno si fa più breve,
non sembri mai pago del tempo,
fra progetti che finiscono nel nulla
o una mezza pagina di righe scarabocchiate.

Restare sospesi nella quieta disperazione
con stile, all’inglese:
il tempo se n’è andato,
la canzone è finita,
anche se avrei altre cose da dire…

Roger Waters

La musica di questa canzone è stata omaggiata in Italia da Roberto Vecchioni, nel pezzo Per un vecchio bambino (Samarcanda,1977). Di Vecchioni è interessante questa canzone:

Gli anni

Cos’e’ rimasto delle gioie
e dei miei improbabili dolori?
Cos’è servito il tempo
dei miei straordinari batticuori?
avessi inventato qualcosa,
si fa per dire una pietanza;
fossi stato un genio
o almeno un terzino dell’Atalanta;
mia madre mi diceva sempre:
“Smettlla dl bere!”
e non sapeva ancora
che dovevo ancora cominciare
io mi toccavo freneticamene
pensando alle sue amiche
ah! le idee già
da allora le mie preferite

Gli anni t’inseguono
quando sei solo
gli anni ti parlano
ma non e’ vero

Gli anni rimangono
silenziosi, leggeri,
stanno dove li metti
e si nascondono
negli odori, nei fogli,
nel wysky, nei cassetti
gli anni si impigliano
e si aggrovigliano

Vorrei parlarti
vorrei spiegarti
vorrei lasciarti
e poi cercarti

Vorrei sognare
che è stato solo un sogno
che mi hanno raccontato
senza dormire
perché il mondo non c’è
quando io sono addormentato
e poi dormire
con una poesia
che da sempre so a memoria
senza sognare
e la ragazza usciva
lentamente dalla storia
gli anni continuano
telefona così per dirmi
come ti va la scuola
fatti guardare
come ti sei fatta bella,
è vero, il tempo vola
gli anni t’imbrogliano
io non so più se
sono buoni o cattivi gli indiani
però non vale
che stavo in piedi a vedere
con chi usciva lei domani
gli anni sorridono
e un’altra donna leggera
leggera danza sulle dita
corrono avanti
E colori, gli odori, gli amori,
l’Inter, la partita

Gli anni che passano
non sono mai tanti
gli anni miei…
gli anni, gli anni, gli anni.

Non solo anni, anche giorni, di Guccini potrei ricordare Un altro giorno è andato. Oppure ci sta bene anche il Pensionato, una delle più belle canzoni che si possano inventare. Questa è la canzone di una vita, di abitudini quotidiane di cui raramente troviamo traccia nella letteratura. Perchè le canzoni in genere parlano di grandi imprese, amori, sogni: belle cose che non esistono, non di fatti di tutti  i giorni. Qui invece ci sono le case di montagna, quelle i cui muri di pietra ogni suono lascian passare. Ci arriva l’odore delle minestre riscaldate sulla stufa, senz’altro a legna, la fioca luce. Ci arriva il sentore di una vita fatta di giorni uguali e duri, storie di vecchi, ricordi lontani e minimali. Meccanismi che il tempo, noncurante ed indifferente, usa su ogni vita.

Il pensionato

Lo sento da oltre il muro che ogni suono fa passare, l’odore quasi povero di roba da mangiare.
Lo vedo nella luce che anch’io mi ricordo bene di lampadina fioca, quella da trenta candele,
fra mobili che non hanno mai visto altri splendori, giornali vecchi ed angoli di polvere e di odori,
fra i suoni usati e strani dei suoi riti quotidiani: mangiare, sgomberare, poi lavare piatti e mani.
Lo sento quando torno stanco e tardi alla mattina, aprire la persiana, tirare la tendina,
e mentre sto fumando ancora un’altra sigaretta andar piano, in pantofole, verso il giorno che lo aspetta
e poi lo incontro ancora quando viene l’ora mia, mi dà un piacere assurdo la sua antica cortesia:
“Buon giorno, Professore. Come sta la sua signora? E i gatti, e questo tempo che non si rimette ancora…”
Mi dice cento volte fra la rete dei giardini di una sua gatta morta, di una lite coi vicini,
e mi racconta piano, col suo tono un po’ sommesso di quando lui e Bologna eran più giovani di adesso.
Io ascolto, e i miei pensieri corron dietro alla sua vita, a tutti i volti visti dalla lampadina antica,
a quell’odore solito di polvere e di muffa, a tutte le minestre riscaldate sulla stufa,
a quel tic-tac di sveglia che enfatizza ogni secondo, a come da quel posto si può mai vedere il mondo,
a un’esistenza andata in tanti giorni uguali e duri, a come anche la storia sia passata fra quei muri.
Io ascolto e non capisco, e tutto attorno mi stupisce la vita, com’è fatta e come uno la gestisce,
e i mille modi e i tempi, poi le possibilità, le scelte, i cambiamenti, il fato, le necessità,
e ancora mi domando se sia stato mai felice, se un dubbio l’ebbe mai, se solo ora si assopisce,
se un dubbio l’abbia avuto poche volte oppure spesso, se è stato sufficiente sopravvivere a se stesso.
Ma poi mi accorgo che probabilmente è solo un tarlo di uno che ha tanto tempo ed anche il lusso di sprecarlo:
non posso o non so dir per niente se peggiore sia a conti fatti la sua solitudine o la mia.
Diremo forse un giorno: “Ma se stava così bene…” Avrà il marmo con l’angelo che spezza le catene,
coi soldi risparmiati un po’ perchè non si sa mai, un po’ per abitudine: son sempre pronti i guai.
Vedremo visi nuovi, voci dai sorrisi spenti: “Piacere”, “È mio”, “Son lieto”, “Eravate suoi parenti?”
e a poco a poco andrà via dalla nostra mente piena, soltanto un’impressione che ricorderemo appena.

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