I disponibili

Il signor Fourier, matematico e fisico. Inventò, tra le altre cose, la Trasformata (è uno strumento matematico, non una pietanza) che porta il suo nome. Erano i primi anni del XIX secolo. Si trattava di uno studio interessante, ma privo di applicazioni pratiche. Tuttavia tale Trasformata consentì di analizzare suoni e più in generale segnali nel dominio inverso del tempo. Tale concetto consentì sviluppi allora impensabili, si arrivò al Teorema del Campionamento e infine al CD, per fare un esempio noto. Più in generale al mondo della tecnologia numerica che oggi conosciamo. Se il signor Fourier non avesse avuto la possibilità di dedicarsi ai suoi studi, od avesse ceduto il suo tempo a qualche attività considerata più remunerativa, etica o utile, oggi forse saremmo tutti senza PC, CD, mp3, cellulari e via andare.

Herbert von Karajan, un grande direttore d’orchestra. Fu tra i primi sostenitori del campionamento numerico dei segnali, riconoscendone la superiorità tecnologica. Iniziò le registrazioni digitali nel 1980, ben prima della nascita dei CD (per una diffusione di massa occorrerà attendere ancora quasi una decina d’anni). Ancora dopo l’arrivo dei CD molti audiofili continuarono a preferire il vinile e ci volle un po’ di tempo perché la nuova tecnologia venisse accettata anche dagli estimatori dell’alta fedeltà. Il passo era fatto, iniziava l’era numerica dell’informazione.

Walter Bonatti, grande alpinista, considerato forse il più grande alpinista vivente. In una recente intervista sostiene che oggi, che tutto pare scoperto e già fatto,  la vera avventura sta nella ricerca scientifica, nell’innovazione.

Ho raccolto alcune figure molto distanti tra loro, ma accomunate da idee, innovazioni, motivazioni. Fattori non molto considerati di questi tempi. Diciamolo, non tanto per questioni pratiche, vedi tagli alla ricerca o mancanza di fondi, quanto piuttosto per un pensiero comune che ritiene dignitoso solo ciò che determina una concreta immediata capitalizzazione. Lo si vede  anche nella politica, con lo sdegno diffuso verso ogni idea, di per sè vista come qualcosa di sovversivo, poco raccomandabile. Resta quindi la concretezza immediata, spoglia di ogni pretesa e basata sui meri meccanismi del profitto o interesse. Bisogna produrre ogni anno di più dell’anno precedente. Quindi consumare di più e, di conseguenza sprecare, inquinare di più. Si parla di sviluppo sostenibile, riduzione dell’inquinamento, rispetto delle risorse naturali. Ma se si va in fondo, se si tratta di applicare un rimedio, ecco che ci si accorge che l’ingranaggio non si può più fermare. Intanto le risorse naturali si esauriscono, mentre il clima e l’ambiente derivano in modo pericolosamente inquietante.

Proviamo a vedere se almeno dal punto di vista prettamente egoistico questo produce qualche vantaggio. L’aumentata produttività è senz’altro un risultato del progresso tecnologico, che consente a parità di lavoro umano una maggiore efficienza. Lavorare meno e guadagnare di più. Bene. Eppure pare che non funzioni così. Nei settori dove non si può applicare il progresso tecnologico il lavoro viene esportato nei paesi poveri, dove si sfrutta la manodopera. Per i rimanenti settori si spinge la produttività fino alla saturazione, sfruttando le tecnologie per produrre la stessa quantità con occupazione decrescente. Una quantità di beni e servizi che per esser venduti spingono il mercato all’indebitamento, a comprare ciò che non ci si può permettere.

Spazio per le passioni? Ad esempio per l’attività fisica in montagna? Per andare in montagna in modo sistematico e piacevole bisogna essere fortunati, bisogna averne il tempo. In futuro sarà sempre più difficile, perché chi avrà la fortuna di avere ancora un lavoro dovrà lavorare giorno e notte; gli altri tutti sotto i ponti. Nell’uno e nell’altro caso una vita poco augurabile. Beh, il primo caso è senz’altro desiderabile da chi preferisce una routine consolidata, dove lavoro e famiglia sono contenitori di una dinamica quotidiana scontata e ripetitiva.

Da questa premessa il pensiero corre alla malattia sociale ritratta nell’Antologia di Spoon River. Ben ripresa da De André in Non al denaro, non all’amore nè al cielo. Dove i vari protagonisti cercano di sfuggire inutilmente a meccanismi di una società in cui conta esser uno più furbo dell’altro, aver la posizione e apparire credibile: un giudice in ansia di vendetta, un medico imbroglione, un ottico spacciatore di lenti.
Si salva solo chi riesce ad astrarsi dalle tentazioni di quella società. Ovvero dal denaro, dalla religione e dall’amore visti come obiettivo sociale, traguardo che offre una posizione, un guadagno, una supremazia. A salvarsi sarebbero dunque i disponibili. Coloro che azzerano completamente i metodi quotidiani di sopravvivenza, arrivati al limite della frantumazione, per trovare il vero sviluppo sostenibile, nel rispetto di ogni vita, ambiente e comunità.

Diamine, avevo iniziato dal signor Fourier e l’intenzione era solo di elogiare il progresso del CD. Oggi abbiamo i CD e tutti i processi sono migliorati, ottimizzati. Ma i periodi non sono lo stesso dei migliori. Come mai? Auguro a tutti di fermarsi un attimo ed esser disponibili a credere in qualcosa di diverso, di migliore per il nuovo anno…

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7 thoughts on “I disponibili

  1. Il post meriterebbe un libro intero di repliche.. Emblematiche le ultime frasi sul tempo che sempre manca. Manca perché ce lo stiamo facendo rubare da un sistema che ci vuole tutti impegnati, occupati, concentrati sul produrre e migliorare e tendere allo sviluppo e l’incremento di indicatori economici che, nella aridità dei numeri, non possono e non devono rispecchiare la pienezza di contenuti di ciò che io mi ostino a chiamare “vita”, contrapposta alla semplice “sopravvivenza”.
    Avendo ormai la testa grigia mi permetto di citare Edoardo Bennato ed una delle sue “canzonette” più vere… perché esprime bene il fatto che il tempo non torna indietro, ed è la ricchezza più vera…

    “il tempo a volte è strano, ma il tempo è galantuomo. Io non vi imbroglio, ma non si può imbrogliare. Io vado piano, ma non si può fermare. Da tempo al tempo, e i conti devono tornare!”

    • Sì, più che altro riesco solo a porre domande, dal momento che non ho risposte. Sul tempo… accidenti, replicherei con un Bertoli che ci ricorda un altro aspetto che ogni tanto mi assilla: il tempo non è giudice, non è nemmeno onesto; è solo un modo per finirla troppo presto. E sull’importanza di ogni attimo mi abbandonerei volentieri all’ultima Tu, quanto tempo hai? di Vecchioni…

  2. Non vi è limite al peggio, è infatti sempre possibile produrre un algoritmo peggiorativo e di questi fa parte senza ombra di dubbio l’algoritmo Marchionne!
    Forse il peggio non lo abbiamo ancora visto…

  3. chissà se il signor Fourier era un oziatore? Ozio inteso nel senso nobile del termine, ozio inteso come “attività”, il piacere di pensare senza secondi fini, pensiero puro.
    Forse, dopo un lungo periodo in cui gli individui hanno lottato per affermarsi, oggi la rivoluzione è lottare per essere lasciati in pace, per staccarsi dal meccanismo. E’ diverso dal “me ne frego” e non è nemmeno una fuga, semplicemente una forma di libertà che sta nel non esserci sempre e comunque, nel non presenziare per forza, nel non disperdere energie nell’inutile, nel decidere di non partecipare all’orgia dei saldi o alle feste per forza…
    Si salva il suonatore Jones perchè quella che per tutti era polvere, per lui era una gonna che girava.

    • Fatto centro!
      Molto interessante e da incorniciare quanto scrivi.
      Il diletto dell’ozio mi ricorda una canzone che sentivo da piccolo, di Brassens(?) tradotta da De André (di nuovo!), Il fannullone:
      non si risenta la gente per bene
      se non mi adatto a portar le catene
      .

      Ma anche il matto di Guccini. Che poi fa (quasi) la stessa fine del suonatore Jones. O forse meglio di tutti il frate, di Guccini. Loro avevano senz’altro capito il pensare.

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