Il Grande Alpinismo in DVD

Troppo spesso l’alpinismo attira l’attenzione dei media solo per gravi incidenti, troppo sovente viene additato come una pratica pericolosa ed un po’ folle. Eppure nella cinematografia troviamo meravigliosi esempi di film di montagna. Ma, non di rado, di difficile reperimento. Anche il rinomato Trento Film Festival finisce spesso per diventare un salotto per gli addetti ai lavori, dove vengono proiettati film che poi difficilmente riusciamo a trovare.

Salutiamo quindi con piacevole sorpresa la collana dedicata al Grande Alpinismo dalla Gazzetta dello Sport: 14 DVD che possiamo trovare periodicamente in edicola. Giovedì 14 la prossima uscita. A leggere i titoli scopriamo che sono tutti assai interessanti. Vediamone alcuni.

Ad esempio troviamo film drammatici che ripercorrono fedelmente fatti storici, come Nanga Parbat o North Face. Nanga Parbat narra la celeberrima impresa dei fratelli Messner, oggetto di infinite polemiche per via della morte di Günther, che solo il ritrovamenti dei resti del corpo hanno sopito restituendo piena ragione al fratello Reinhold. North Face è una precisa e drammatica ricostruzione di un rovinoso tentativo alla parete nord dell’Eiger negli anni ’30, con la straziante odissea di Kurz beffato a due passi dalla salvezza. Lodevole la precisa ricostruzione storica, la fedeltà alla tecnica alpinistica d’epoca; unico neo l’introduzione della fidanzata di Kurz, elemento di probabile invenzione a scopo cinematografico.

Ma l’alpinismo non è solo tragedia; c’è anche l’alpinismo avventuroso, non esime da rischi, ma da vivere come un’appassionante sfida personale, un viaggio intimo e riflessivo. Au delà des cimes è l’autobiografia di Catherine Destivelle. Chi non ricorda i suoi affascinanti poster degli anni ’80, appesa a incredibili strapiombi? La Destivelle ci racconta un alpinismo completo, che va dall’arrampicata estrema alle grandi salite in quota sulle Alpi, non di rado su vie nuove ed in solitaria. Avventure estreme non solo dal punto di vista tecnico, ma anche da quello umano ed interiore. Nondimeno ci viene raccontato un alpinismo piacevole, da vivere con spontaneità e passione – come già ci mostrava Rebuffat, lo rivela l’immancabile sorriso della protagonista.

Non mancano documentari storici, come Torre del Vento. La prima salita alla ovest del Cerro Torre ad opera dei fortissimi Ragni di Lecco. Sono gli anni delle feroci polemiche con Cesare Maestri e la sua discussa prima salita a questa cima. I Ragni di Lecco portano prove inconfutabili e rimarcano un’etica di salita che non lascia tracce, senza uso di spit che necessitano la foratura della roccia. Riprese entusiasmanti accompagnano la salita a questa incredibile montagna.

Chiudiamo consigliando una personale interpretazione della montagna. In Everest sea to summit, Tim Macartney sale la montagna più alta del mondo partendo dal mare, a piedi, fino in vetta. Un trekking di oltre 800Km, con una salita solitaria nella parte alpinistica finale. Perchè la montagna non è solo una vetta, uno sport, un traguardo da conquistare, ma un percorso complessivo e originale, che può essere vissuto nei tanti modi che solo il nostro cuore ci può suggerire.

Postato con il contributo delLa Gazzetta dello Sport.

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25 thoughts on “Il Grande Alpinismo in DVD

  1. Soprattutto l’alpinismo è un’espressione intensa di amore per la libertà.

    E tutti noi che amiamo la montagna, in modo genuino ed autentico, siamo chiamati a difenderlo, a proteggere proprio quell’immenso spazio di libertà che qualcuno vorrebbe ingabbiare con norme assurde.

    • Interessante. Molto interessante. Condivido l’idea della libertà nell’alpinismo. Anche senza compromessi, ognuno l’interpreti come vuole, a costo di andare in montagna senza casco, artva o qualsiasi altra tecnologia. Va tutelata la libertà, a costo di sfondare in quella che chiamano stupidità o pazzia, purchè sia consapevole, purchè sia un sogno od una visione accarezzata in ogni dettaglio.

      Per i medesimi motivi non condivido l’ostilità alla tecnologia che addomestica la montagna. Benvengano decine di chiodi, catene e sentieri segnati, caschi e corde di plastica contro ogni strascico ideologico impastato di retorica tardo romantica, purchè siano usati come mezzo di protezione e assicurazione.

      C’è chi va in montagna per cercare le emozioni di Preuss, ma c’è anche chi va in montagna sapendo di rischiare e cercando, con i mezzi che ogni epoca mette a disposizione, di rischiare il meno possibile.

      Si riuscirà ad accontentare tutti? 🙂

      Grazie per la segnalazione.

  2. La retorica tardo-romantica non centra niente. Coloro che ammiccano alla “bella morte” si sono estinti con le ideologie nazionaliste dell’anteguerra. Molti di voi sono “no trad”, per partito preso, senza aver colto l’essenza del problema che è invece molto più complesso. Il nostro è un secco no all’ipertecnicismo e alla logica dell’adattamento “dovuto” della montagna all’individuo. Ciascuno faccia, almeno in montagna, le vie che sa realmente gestire, senza la prospettiva di uno spit o di una sosta che, comunque, ti garantisce la ritirata o il “passaggio”. A media quota, invece, diciamo semplicemente che vengano preservati degli spazi alternativi, liberi dallo spit. Questo perchè chi ama lo spit ed il plaisir ha oggi un’ampia scelta di possibilità.

    • caro anonimo,
      i new trad vogliono che la montagna sia rischio, ed il progresso può in parte limitare questo. Per partito preso, pretendono che l’alpinismo resti un fenomeno elitario, alla portata solo di chi abbia il fervore ed il fegato di rischiare quanto basta. Non sono d’accordo sul fatto che si debba distinguere tra “media” montagna e montagna. Penso che ognuno debba essere libero di avere spazi senza spit, sia in media che in alta montagna, e viceversa.

      E, a scanso di equivoci, io TUTTE le volte vado in montagna alta o bassa che sia sono ben felice di potermene ritirare, anche con la coda tra le gambe.

  3. caro flaco, chi sono i “new trad”? Un complesso rock con nostalgia dei “new trolls”? Mi sembra che tu abbia le idee un pò confuse in merito. Senza offesa, ovviamente. I “trad climbers” scalano su monotiri in stile clean, nè più ne meno che un’arrampicata “sportiva” in stile “clean”. I “trad-izionalisti” che con i trad climbers hanno in comune solo in parte la filosofia clean, sono invece quelli che da sempre si oppongono allo spit in montagna, ma talvolta anche in basso. Qualche nome? Mazzilis, Babudri, Sain per esempio all’est, pochissimi altri qui da noi. Io credo che non sia affatto da condannare lo spit in quanto tale, anzi.
    Dico solo che non bisognerebbe metterli ovunque, come la maggior parte dei “chiodatori” ha invece fatto. Credo che un friend o un nut se messi bene sono sicuri quanto uno spit, non danneggiano la roccia e non lasciano traccia. Molti spit sono assolutamente inutili! Noi non vogliamo affatto una montagna elitaria, semmai facciamo una grande azione di umiltà e stiamo parecchio sotto le nostre possibilità senza gli spit. Arroganti sono invece quelli che pensano di mettere spit ovunque e che non esiterebbero a fare delle autentiche ferrate su certe vie se non sapessero che poi gli scoppia in testa un putiferio! Poi, perchè non possono coesistere due stili di scalata diversi? Sarebbe un pò il caso che la finiste di mettere in campo sempre i soliti stereotipi che non rispondono affatto al vero, ma iniziaste a considereare che i fantasmagorici “trad climbers” sono appassionati esattamente come voi. A me sembra che ve la prendiate un pò troppo… chissà perchè…
    Un saluto e complimenti per il sito

    • Grazie per la spiegazione. Ben vengano le falesie in stile “clean”. Per il resto rispetto, ma non condivido, quanto esposto. Perchè non riesco a capire dove sono tutti questi chiodatori che metterebbero questa pioggia di spit in montagna. Facciamo esempi, diamine. Piola sul Bianco è uno di questi forse? Perchè non mi pare che sia una via con qualche spit a renderla una ferrata o banale. Anzi, questa equazione “spit=ferrata+sicurezza garantita” secondo me è buona solo per riempire i cimiteri. Non credo nemmeno che un friend tenga quanto uno spit, ci si può semmai sperare…

      No, resto della mia confusa idea NO TRAD. Credo nella bellezza della montagna e nella bontà degli uomini, quando sono liberi di lasciare qualche spit su una via. Tengo anche a precisare che quanto esposto è solo una mia personale opinione. Sotto sotto sono convinto che questa vivacità trad sia proprio da ricondurre (almeno in molti casi) a quegli stereotipi compassati dell’alpinismo retorico. Se così non fosse… ben felice della mia ignoranza e di sbagliarmi.

      Altrettanto vero che sarebbe poco sensato mettere uno spit ogni metro. Se servirebbe solo per “azzerare” ovunque questa sarebbe appunto una ferrata, non un’arrampicata. Ma dove sono queste vie che le vado subito a fare? ah ah ah

      In ogni caso preferisco, se c’è un passaggio difficile, che sia protetto bene per passare tranquillamente senza rischiare la vita. Anche se è una via che ritengo di poter fare; altrimenti tanto vale che salire senza corda e protezioni.

      Ma, venendo alle cose davvero importati e sulle quali non transigo, avevo pensato anch’io ai new-troll. Poi avrei visto meglio i neocon, di moda negli USA, almeno qualche anno fa. New trad mi è parso infine un buon termine di confusione. 😉

      Ti ringrazio chiunque tu sia per esserti preso la briga di scrivere quanto hai scritto.

  4. tanto per farti un esempio del plaisir trasferito in montagna, le vie del gruppo del Viso (progetto Bouldermonviso), oppure le vie all’Arolla (lì per fortuna almeno hanno lasciato un settore tradizionale). Il caso di Piola che tu citi non è ovviamente riferibile al “plaisir” di oggi, ma allo spit messo dal basso in stile anni 80, senza banalizzare la scalata. Non siamo contro gli spit, del resto quelli di Motto, di Larcher o di Trombetta (quando non rovina le vie) per fare un esempio più “vicino”, mantengono sempre un certo impegno psicologico e un obbligatorio elevato.
    Un esempio di spit inutile dalle tue parti? Le soste al Murari della Bessanese, o alla Mondrone, un vero scempio per vie del genere, messi peraltro credo dal Soccorso Alpino!! Prova ad andare a fare, per esempio, come oggi è per fortuna ancora chiodata, la via al pilastro Castagneri e pensa di doverla fare con delle solide soste a spit o una o più proteziono fisse sul tetto di 6a+ (ex A2). Mi dirai se non c’è differenza! Oggi la via avrà solo una decina di ripetizioni? Ebbene, è giusto così. Chi non è in grado vada a fare la Rosenkrantz o il Murari, senza auspicare che qualcuno gli “accomodi” la salita in qualche modo. Questa è la filosofia giusta, fare solo quello che si è in grado realmente di fare.

    • Interessante, a me pare che hanno fatto belle vie in zona Monviso, ma si pensi anche allo spit sulla De Cessole al Corno Stella. Si è scelto di proteggere in parte una via, mentre altre sono rimaste a chiodi tradizionali. Ottime iniziative.

      Ribadisco: abbiamo filosofie diverse. Io la via al Castagneri non la vado a fare. NON perchè manca lo spit, perchè è sopra le mie possibilità.
      Prima scelgo in base a quello che penso sia a mia portata. Poi ben venga lo spit, perchè anche ad esser prudenti – è quel che penso io – è meglio se trovo qualche garanzia in più.
      Per me la montagna è solo plaisir, divertimento a più non posso, non concepisco che ci possa essere qualcosa di diverso.

      Io sono uno di quelli scarsi, che al massimo fa la Rosenkrantz. Ma di nuovo, anche lì, cosa cambia nella difficoltà della via avere una catena ogni 60m o più? Ma visto che c’è… bah, tanto meglio.

      Penso che sulle Alpi ci siano tanti spazi ancora incontaminati, la maggior parte. A partire dalla maggior parte delle vie sull’Uja di Mondrone, per fare un esempio. Ma io pensavo che fosse così perchè nessuno ha voglia di andare a piazzare spit ovunque, non perchè qualcuno glielo impedisce.

      Concludendo secondo me sono due visioni del tutto inconciliabili. Non sono d’accordo con il buon Beppe, che sostiene sia ingiusto ed arrogante proteggere una via con qualche spit o altra diavoleria moderna.
      A me pare ingiusto e arrogante obbligare che non si utilizzino determinate protezioni.

      Probabilmente anche gli apritori avrebbero usato di tutto, avessero potuto. Viceversa, molti grandi dei tempi passati o appena passati già si rifiutavano di usare particolari mezzi di protezione. E allora non è nemmeno una questione di storia, ma di etica dell’andare in montagna. Noiosa, l’etica della montagna.

      Non lo so, forse dovrebbe essere anche il CAI più presente su questo argomento, con restrizioni condivise su come arrampicare in determinati luoghi. Mi pare triste. Comunque non vi tedio oltre, non interverrò ulteriormente sull’argomento.

      Buone salite

  5. Non mi piace l’idea di abbattere il rischi, piazzando ferraglia da tutte le parti, soprattutto se in gioco ci sono le vie storiche.

    Il personaggio anonimo credo che ci stia lanciando un bellissimo messaggio di libertà e di rispetto verso chi verrà dopo di noi.

    Perché trovo terribilmente ingiusto ed arrogante “salvaguardare” (stravolgere?) il nostro presente (divertendoci a più non posso, calpestando tutto e tutti) a discapito del futuro di quelle donne e di quegli uomini che con il loro sentimento potranno trovare quegli spazi di libertà che i primi salitori cercavano nelle montagne.

    Lasciare ad altri, a chi verrà dopo di noi, il misurarsi con un’idea di vetta, di cima, di arrampicata, il più possibile intatta, credo che sia un grande gesto di responsabilità e di generosità verso il nostro presente il nostro avvenire.

    Perché i sogni hanno una sete immensa di libertà.

  6. L’etica in montagna è un elemento noioso per tutti coloro che l’amano omologata, appiattita e di pronto uso e consumo. Più in generale, ci vorrebbe un pò più di etica anche nella società civile, per evitare che tutto ci sia consegnato premasticato e predigerito. L’etica ci permette di essere critici e di poter dire “no”. Questo qualunquismo dell’alpe va combattuto con fermezza. Poi, flaco, storia ed etica, specialmente dell’alpinismo, vanno di pari passo da sempre. Possiamo anche essere apparentemente in contraddizione e accettare oggi idee diverse da quelle che avevamo ieri. Ma dico apparentemente, perchè la “rivoluzione permanente” ci obbliga per fortuna a prendere le distanze dagli errori del passato e non ad assopirci in noiose e limitanti accettazioni senza futuro.

    • Se per te è così, allora va bene, amo la montagna omologata e appiattita. Al diavolo chiunque mi dica come devo andare in montagna. No, rifiuto qualsiasi etica su come proteggermi in montagna.
      Sì, non volevo più intervenire, contravvengo alla mia… etica 🙂

      Io penso che il tuo modo di vedere sia da osteggiare con ogni possibile dissertazione. Io vado in montagna solo perchè mi piace, non penso di far male a nessuno se approvo e incoraggio chi apre vie con spit, e le scelgo tra quelle che penso di poter fare. Voglio anche sperare che nessuno possa mai impedire a qualcuno di andare in montagna in questo o altro modo. Tu invece lo vorresti impedire, ti affanni ad allontanare sembianze romantiche, salvo poi catalogare come arrogante chiunque pensi di poter mettere spit, nella speranza che le ripetizioni restino tra pochi eletti che sanno sfidare il monte.

      Io penso che si debba avere possibilità per ogni tipo di realizzazione in montagna, per chi la pensa come te, ma anche per chi vuole salire con qualche spit. Non rispetto invece chi, come te, mi considera arrogante, in cerca di una montagna omologata e appiattita solo se rifiuto etiche su determinate protezioni invece che altre.

      Lascia perdere l’anonimato, per favore. Il mio pseudonimo, lo sai, è solo di comodo. Sono il proprietario del dominio vettenuvole.it, mi trovi con un whois, ma te lo risparmio: mi chiamo Marco Favero. Lascerò con piacere tutte le tue considerazioni, ma per favore lascia il tuo nome. Grazie!

  7. Ho letto solo ora questo interessante scambio di idee e vorrei dire la mia se è possibilie. Condivido nel loro significato più profondo le idee dell’anonimo, che forse addiritura conosco e di cui posso comprendere la volontà di anonimato.
    E’ ben nota anche la mia attuale posizione circa lo spit “inutile”. Dico però che nessuno deve impedire la libertà altrui, in nessun modo e per nessuna ragione. Se il “vento trad” significa la possibilità di porre un freno ad un periodo di chiodature eccessive che hanno reso qualsiasi via d’arrampicata un percorso sportivo, allora ben venga. E’ giusto che alcune vie siano preservate dallo spit integrale, perchè, chi vuole scalare plaisir non ha che l’imbarazzo della scelta. Non accetto però delle crociate d’epurazione mirate a sovvertire d’un botto una storia (la nostra) che è fatta anche di spit. La “rivoluzione diffusa”, come la chiami caro anonimo, non può essere tradotta con una cancellazione del passato prossimo. Cambiare opinione è lecito ed è segno d’umiltà, ma rinnegare del tutto il passato è sbagliato. Io credo che i chiodatori possano migliorare la loro sensibilità, anche correggere dei propri errori se serve, ma sarebbe assurdo impiantare logiche “brit” in senso stretto in luoghi la cui storia è una miscellanea d’influenze e di esperienze personali. E’ giusto che vi siano terreni come Sea o l’Orco dove possa essere conservata una componente d’avventura, così come non si può pensare di schiodare altri terreni dove la storia è invece differente. Convengo sulla questione Bessanese e Mondrone: è stata anche una mia battaglia. Tuttavia penso che sia molto meglio cercare oggi terreni nuovi dove esprimersi secondo il “nuovo verbo”, piuttosto che disperdere energie volendo correggere ciò che è stato fatto ieri. Certo, se un domani qualcuno spitterà la Castagneri ne riparleremo, ma oggi è importante ricercare nuovi terreni d’espressione, non scannarsi sul “già fatto”. Arrampicata sullo spit e clean devono avere pari dignità ed imparare a rispettarsi reciprocamente. Ciò sarà possibile solo se vi sarà una profonda conoscenza culturale dei fenomeni ad esse legati. Ahimè però, convengo, basta fare un giro sui forum per constatare come questa manchi quasi del tutto.

    Pace e bene a tutti

    Marco Blatto

    • Ciao Marco, benvenuto su questo sgangherato sito e ti ringrazio molto per la tua opinione in merito, senz’altro competente.

      Interessante. Se c’è il rischio (?) che tutte le vie diventino spittate, ovviamente ben venga il “vecchio verbo” del tradizionale ritradotto in nuovo e via andare. Dove solo i più bravi alpinisti possano mostrare il loro valore, che nessuno mette in dubbio, o semplicemente ricercare un certo tipo di rischio e avventura. Ed è giusto che ci siano anche gli alpinisti come Mazzalis (lo cita l’anonimo) che aprono rifiutando completamente lo spit. Ci devono essere terreni per tutti, certo.

      Per inciso… continua a darmi fastidio che si senta l’esigenza di un anonimato su questo blog. Sarò confuso, ma non sono da temere; potete darmi anche del qualunquista, poi ogni lettore si farà la sua opinione, ma diamine metteteci la firma almeno!

      Sull’Uja di Mondrone sinceramente quelle catene non mi hanno modificato di niente il senso della via. Una catena ogni 60m o più non modifica molto il senso di rischio e obbligatorio della via. Semmai le posso considerare inutili, probabilmente le precedenti soste a chiodi non modificavano affatto il senso della salita. Ecco, ho appena descritto il senso della catena inutile 🙂

      Ci sarebbe da capire cosa sia uno spit inutile. Ognuno può avere le sue definizioni. Per questo secondo me sarebbe bello che, a proposito di cultura, fosse proprio il CAI (anche nel dettaglio delle realtà locali) a sensibilizzare su questi argomenti per evitare feroci polemiche e spaccamenti di spit per divergenze tra singoli… Hai ragione, il rispetto avviene attraverso la conoscenza, non attraverso logiche di supponenza e contrapposizione come spesso si legge nei vari forum di Internet…

      Infine sottoscrivo pientamente la tua considerazione sul da fare più che sul fatto. Anche perchè la vera avventura avviene più nel nuovo, che non nella ripetizione. La logica di apertura di una nuova via deve restare inalterata, o come la vuole l’autore, non se ne discute nemmeno. Vale sia per lo spit che per il non spit.
      Poi magari le generazioni future ne riparleranno – e vai di storia e venti supertrad – ma sarà un problema d’altri 😉

  8. scusate se non sono in grado di parlare (scrivere) come voi che mi avete preceduto, e complimenti, ma una cosa la vorrei dire anch’io:
    a me risulta che anche i grandi alpinisti alpinisti del passato man mano che il tempo passava usavano le “novità” per assicurarsi; non per questo adesso non li consideriamo “grandi”. credo che la montagna sia vasta e offra a tutti il piacere di confrontarsi, in modo trad o no! colui che dice di non voler abbattere i rischi, mi dispiace per lui, a spero che vada ad arrampicare con scarponi di pelle, canapone e pantalone di velluto al ginocchio, altrimenti non lo considero un vero TRAD! io spero di poter andare in montagna fino a tarda età…ciao a tutti
    graziano

  9. Per me la via ideale è quella in cui lo spit sia limitato alle sezioni non proteggibili (placche etc…). In montagna cerco di non usarlo per niente, piuttosto non apro. Questa è una mia idea da sempre ovviamente. Alla Francesetti, al Ru, all’Ecot, in Leitosa abbiamo realizzato delle belle vie, anche abbastanza difficili, senza usare lo spit. Forse solo una decina di anni fa non le avremmo neppure approcciate. E questo non perchè siano comparse dal nulla: semplicemente non eravamo in grado si salirle solo con protezioni veloci. Se avessimo messo gli spit saremmo passati. L’incertezza della riuscita (assurto ormai a “valore” dai trad climbers) ci ha fatto ritornare solo quando ci sentivamo pronti. Non è forse un confronto più “giusto” con la roccia? Almeno io la penso così. Sulla est della Corrà per ora sono tornato indietro perchè la sezione chiave della via che stiamo aprendo è al di sopra delle nostre attuali possibilità. Magari qualcuno più forte potrebbe passare, ma mi piacerebbe lo facesse senza spit come i nostri tentativi. Scalare sugli spit, anche rilassanti è bello, ma non molto tempo fa si è davvero rischiato di scivolare verso l’eccesso del plaisir, anche in Valle dell’Orco (per colpa di alcune guide) mettendo gli spit su bellissime fessure di 5b (vedasi Locatelli sigh!) o al Nautilus. Le schiodature sono state per me più che giuste. E che dire del passo chiave di Gogna dixit, superato dagli apritori con un solo chiodo e poi
    inglobato in una mitragliata di spit per dieci tiri? Questo sarebbe il progresso? Se lo è a molti di noi non piace affatto. Io sono contro le schiodature “di principio”, ma lo sono anche per le “chiodature”. Anch’io, pressato dagli amici, ho fatto quello sbaglio. Oggi non schiodo come vorrebbe l’anonimo perchè sarebbe sbagliato, anche se in un paio di casi l’ho fatto (ma lì ero contrario fin dall’inizio seppur complice). Cerco di non fare più gli stessi errori del passato e di cercare nuovi stimoli, che per ora passano per il trad climbing. Sono contento che esistano “repubbliche dello spit” come il Biollè o Lities, ci vado con piacere. Magari mi sarebbe piaciuto a Lites che alcune vie non fossero in parte ricalcate su “stampi vecchi” oppure che una via coraggiosa come “Be bop a lula” rimanesse com’era, magari ripulita. Ma il lavoro di renato è talmente enorme che alla fine va bene così. Viva “le repubbliche dello spit” e le “riserve” come Sea (dove lo spit “utile” e peraltro bene accetto).
    Ziano, scusa, ma il tuo discorso sugli scarponi non ci azzecca un tubo con le fessure “libere”. Ma qui il discorso diventerebbe lungo. Buone scalate a tutti, con o senza spit.

    Marco B.

    • Grazie Marco, il fatto è che non fai fatica a convincermi sulla limpida modalità che hai nell’interpretare la montagna. Sarei il primo a difendere il “trad” sulle vie che hai aperto (e che mai ripeterò a causa della mia evidente scarsezza, anche se avessero una pioggia di spit).

      Ma io penso che arrampicare con lo spit sia del tutto rispettabile e, anche in montagna, penso che qualche spit su una via come quelle di Piola non modifichi poi molto il senso del rischio e di quanto si possa osare. Ma al di là di questo, spero che ognuno possa sui terreni nuovi chiodare, se ritiene che il “giusto” confronto non debba per forza passare dall’accettazione di un elevato rischio.
      Il discorso di tornare indietro o passare solo se si è sicuri può anche portare a logiche del tipo di Preuss, che arrampicava senza corda per togliersi ogni tentazione. Del tutto legittime (e ammirabili), ma altrettanto confortante è che ci sia chi la pensa diversamente.

      So anche che in passato sei stato proprio tu a chiodare molte vie plaisir in Biollè. Probabilmente consideri anche quello uno sbaglio, e mi spiace. In tal caso accetterei se un giorno decidessi di schiodarle, è stata opera tua e andrebbe rispettato.

      Trovo invece molto snervante il discorso di molti settori della Valle Orco. Non ci vado quasi mai lì, perchè non sai da un giorno all’altro cosa devi portarti dietro… e perchè tutte quelle furiose polemiche mi portano troppo lontano da quello che è per me la montagna.
      Ma anche qui, secondo me, l’iniziativa non deve essere di singoli, non deve essere un atto di prepotenza di chi crede di disporre della montagna in quanto convinto d’interpretare l’unica etica corretta. Se le guide hanno chiodato contro il parere degli apritori, allora hanno sbagliato. Se alcuni “trad” climber hanno schiodato di propria iniziativa hanno sbagliato. In questi casi le scelte andrebbero condivise tramite un approccio di condivisione della montagna, che è un patrimonio di tutti. Un approccio che metta al di sopra di tutto valori quali la solidarietà, la comprensione delle diversità e le sensibilità di tutti. Ribadisco che un’istituzione pubblica come il CAI (che dovrebbe essere prima di tutto un club di alpinismo) potrebbe forse fare qualcosa.

      …per riallacciarmi al discorso di Ziano, certo, dobbiamo aspettarci che in futuro ogni “etica” possa emergere. Magari tra chi rifiuta lo spit in montagna un giorno ci sarà chi rifiuta anche le strade (e allora partirà da valle come gli alpinisti dell”800, discutendo sulla necessità di eliminare strade “inutili”…) o almeno i sentieri troppo segnalati, i rifugi e i bivacchi fissi… E ci sarà sempre anche chi ignorerà strade, spit, polemiche e sentieri salendo lo stesso come gli pare – è anche questo possibile!

  10. Secondo me le Tavole di Courmayeur rimangono un buon testo cui fare riferimento (peraltro anche sottoscritte dal Cai). Sul fatto che il CAI possa essere un ente referente credibile, ho i miei seri dubbi. E questo è uno dei motivi per i quali nel neo costituendo “osservatorio sulle libertà in alpinismo”, si è un pò scettici del peso che il CAI debba avere, qualora ne facesse parte. Le scuole d’alpinismo da tempo hanno imboccato la logica del calmierare il rischio, ed è comprensibile; le guide (in qualche modo legate al CAI e per altrettanto comprensibili scopi commerciali) assumono talvolta posizioni addirittura “arroganti”, scegliendo la strada dell’istituzionalizzazione dell’arrampicata e della montagna. Ovvero, mettere in sicurezza perchè così l’ente finanziatore o l’amministratore si sentono sicuri. La “messa in sicurezza” diviene così, spesso, una lenta privazione della libertà di cui non ci si accorge. Il Soccorso Alpino, per fortuna solo localmente, si prende addirittura la briga di mettere le soste o fare “azione di sicurezza”, quando non ne avrebbe addirittura titolo. Le uniche voci contrarie? Il CAAI, Mountain Wilderness, l’Alpine Club, il GHM e, ora, anche la neonata Sezione Alpinisti Testimonial del GISM. Cioè, si badi bene, non chi vuole una montagna d’elite e per pochi (cosa che si potrebbe pensare dato il peso delle associazioni in questione), ma al contrario chi pensa che in montagna si debba ancora poter scegliere.
    E’ sbagliato chiudere le montagne, proibire lo scialpinismo, proibire la mountain bike per questioni di sicurezza. Si può creare una cultura della sicurezza, ma giammai proibire. Allora dovremmo multare le solitarie o proibire le invernali? Allo stesso modo, credo non si debba inculcare nei neofiti oppure nella massa la convinzione che la sicurezza o l’addomesticamento sono è “dovuti”, ma è la “rinuncia” che è semmai richiesta. Un pò di vie plaisir in montagna o in media montagna ci stanno, ma non deve questa divenire la cultura dominante. Altrimenti è la fine dello spirito stesso dell’alpinismo e della scalata. Non aboliamo del tutto gli spit, ma impariamo a farne a meno sempre di più. Saremo paradossalmente più “sicuri”. Come ha detto l’anonimo, le vie di Piolà non sono affatto plaisir, ma costruzioni verticali con pochi spit ragionati e con fessure da proteggere. Se vai a fare Marchand de sable o la Piege alla Tour Vert te ne accorgi, se hai un “misero” 6a delle nostre falesie omologate. Peggio ancora Voyage (8 spit in tutto e un obbligatorio alto). Sono vie di un epoca in cui lo spit era “legal” un pò ovunque e addirittura Pedrini poteva permettersi di chiodare dall’alto una mostruosità come Panoramix. Ma le soste al Murari, permettimi, non solo non sono plaisir, ma sono inutili (addirittura pericolose!) su una via dove si può sostare un pò ovunque con delle semplici fettucce. Ed era bello così…
    Non “cambia” la via, forse no, ma cambia la poesia. Questo è certo.

    • Uhm, no, qui non capisco. Secondo me sono due cose diverse. L’una non proibire la montagna secondo determinate condizioni (peraltro negli ultimi tempi il CAI mi pare abbastanza preciso nelle posizioni di libertà nella frequentazione della montagna), l’altra la presenza dello spit secondo la sensibilità di chi apre una via.

      Fare sempre più a meno dello spit, e ricondursi man mano ad una logica sempre più priva di protezioni non mi piace come “cultura di sicurezza”.

      Forse dico così perchè sono solo uno scarso scalatore come tanti, che nemmeno nell’alpinismo mi permetto di riconoscermi. Per questo la presenza di vie di un certo rigore porta inevitabilmente ad una elitarizzazione della montagna.

      Forse hai ragione che si rischia un eccesso nelle scuole di alpinismo, se per tutelarsi evitano di insegnare il …vero alpinismo, ma erano forse migliori i tempi in cui si moriva un po’ troppo nelle uscite dei corsi?

      No, no. Non ti sembra vero, a te che sei forte, ma a me l’adrenalina viene già a fare una via di 4c ben chiodata. Figurarsi… non ho certo bisogno di una via schiodata per aver l’umiltà di tornare indietro. Quante caviglie già saltano in continuazione su vie ben protette a spit…

      Per me la montagna è un’altra cosa; non per questo mi aspetto che siano richiodate le vie di Piola, e certi pilastri del Bianco. Anzi, certe cose devono rimanere come sono, perchè devono essere ben chiare certe distinzioni. Personalmente mi starebbe molto bene se la cultura dello spit fosse quella dominante come forse è oggi, ma non deve essere totalizzante. Un mondo variegato ed eterogeneo in cui si possa davvero scegliere, indipendentemente dalla “media”, “alta” o “bassa” montagna.

      Il discorso delle Guide che agirebbero per fini commerciali apre ancora altre preoccupazioni.

      Lo scenario che descrivi mi pare abbastanza inquietante, qualunque sia la soluzione in cui possa sfociare.
      Ti ringrazio per le osservazioni, motivo di interessanti riflessioni.

  11. Ma io infatti non ho nulla contro chi apre vie a spit in montagna. Dico “apre” non “riattrezza”. E’ chiaro che preferirei vedere delle vie aperte in stile tradizionale perchè è lo stile che ritengo più “leale”, ma ciascun apritore è libero di agire come vuole. Io non sono contro le vie nuove a spit aperte nel gruppo del Viso, sono piuttosto contrario alla logica seriale che ne deriva e che porta alla fine, con bene placido dei rifugisti (e delle guide), a mettere gli spit sulla est o sulla Raffi – Rattazzini. Lo spit tira spit, e si rientra in quel discorso di “istituzionalizzazione” che ha come fine ultimo l’iperfrequentazione della montagna, dietro l’illusoria promessa che la si è un pò addomesticata e resa sicura. Allora vedi che il discorso della privazione della libertà è più che consono a questo tipo di discorso. Se un domani un comune, spaventato da un incidente o rendendosi conto del rischio che corre quando scopre che le pareti sono del demanio, potrebbe (è già successo) affidare alle guide o a un ente diverso la messa in sicurezza delle stesse, senza chiedersi qual’è la vera ricchezza invece di un luogo, come Sea o come l’Orco. Cosa rimarrebbe ad ostacolare tutto ciò? La nostra pressione morale, ovvero di quei gruppi, anche d’elite se vuoi, che da sempre vanno un pò più in là nelle loro riflessioni sulla montagna. Più spit = più gente, e’ un fatto scontato. E questo succede soprattutto all’ovest dove per vicinanza geografica si è assorbita la cultura francese del plaisir. Se vai in Dolomiti ti accorgerai come il discorso cambia del tutto. Poi non è affatto vero che lo spit è sicuro. E’ più sicuro saper scegliere, addestrarsi, prepararsi, allenarsi, rinunciare, avere comunque paura quel tanto che basta per scegliere le vie che sappiamo davvero fare. Allora io dico ci sono migliaia di vie con gli spit, preserviamone altrettante senza (o con quelli essenziali), altrimenti, è logico, prevarrà soltanto una scuola di pensiero, che a te piace ed è giusto così, ma che non piace ad esempio a me. Dunque, anch’io ho diritto di essere tutelato nel mio modo di concepire la montagna. Abbiamo il diritto di poter diffondere la nostra idea al pari di quella che ha imperato finora e difendere le “riserve”. Credimi, sarà più facile disinnescare anche coloro che invece ne fanno una questione di “celodurismo” e di “machismo” e che sono semplicemente degli idioti. Pensa alla famosa via “Casara” sugli strapiombi nord del Montanaia superata (forse) slegato dallo stesso Severino, e ripetuta da grande Tissi. Oggi è ancora un abbondante 6b, anche se superato con scarpette magnesite e chiodi tradizionali in posto. E’ insomma ancora un bel banco di prova dove, ti assicuro, ti tremano le gambe anche se gestisci il 7a. Con soli tre spit al punto giusto sarebbe tutt’altra cosa. Le gambe non tremerebbero più e si quintuplicherebbero le ripetizioni. Ma allora? Da già che disponiamo di mezzi più moderni, cosa avremmo ottenuto usando il meglio della tecnologia in fatto di protezione? Più gente? L’anno scorso mi sono sudato la Brown alla Blaitière dopo anni di rinuncia perchè la fessura da proteggere era al mio limite. Ma se qualcuno mi avesse messo gli spit certo ne sarei stato capace prima, ma sarebbe stata la stessa cosa? Assolutamente no! Forse non l’avrei addirittura provata più. Dunque, libertà di scelta per tutti, ma manteniamo le vie il più conforme all’originale possibile. Poi, in apertura, ciascuno faccia come crede.

    Marco B.

  12. effettivamente “riattrezzare” non suona bene: mettere tre spit su una fessura proteggibile di una via storica non è bello, ma sostituire un chiodo marcio con uno spit secondo me ci sta. è solo una questione di progresso, ma se il chiodo marcio venisse sostituito con un chiodo nuovo ancora meglio!
    credo di aver capito cosa intende M B, però a me spaventa un po’ che qualcuno possa trovarsi nei “casini” perchè non sapeva che la via che sta percorrendo è stata schiodata. questo non deve accadere, bisogna rendere pubbliche certe operazioni. (a proposito, la via del naso alla mea è stata schiodata??). sono d’accordo che le soste sulla Murari sono un po’ una boiata, ma togliere sistematicamente molti chiodi sulla rosentkrantz (si scrive così?) tanto da rendere difficoltoso trovare la via non lo trovo così giusto…lo so la poesia…però…
    come fate a scrivere tanto, io non ho già più niente da dire!!!!
    Basta io chiudo il discorso.
    Flaco non sei scarso!
    ciao

  13. Chi schioda in modo anonimo è un criminale. Non dico che bisogna schiodare Murari e la Rosenkrantz, bisogna fare in modo che atti del genere non si ripetano più. Il Naso non è stato affatto schiodato, anzi, sono stati rimossi i vecchi chiodi e aggiunti degli spit.
    M.B.

  14. Gent.Sig. M.B.
    Mi permetto di dissentire da quanto Lei afferma. Apprezzo il fervore con cui Lei difende la purezza e l’elitarismo dell’alpinismo, ma desidero tuttavia sottolineare come tutto ciò sia assolutamente obsoleto e contro ogni legge di crescita economica. La montagna è un bene da sfruttare, come una miniera o un pozzo petrolifero. E’ interesse delle aziende leader produttrici d’articoli per montagna portare alla frequentazione della stessa il più alto numero di persone possibile, l’imperativo è difendere i fatturati in un momento di forte crisi e prepararsi ad una crescita per i prossimi dieci anni. L’ultimo trentennio è stato determinante per la scelta direzionale, si è riusciti a portare in montagna un numero di persone che era impensabile alla fine degli anni sessanta. L’avvento degli spit e dell’arrampicata sportiva su vie attrezzate è stato un fattore vincente, la montagna facilitata è uno dei mezzi attraverso i quali si può far salire la massa e sfruttare economicamente l’alpinismo, sul quale, a differenza dello sci, fino ad alcuni anni fa era considerato economicamente meno vantaggioso investire.
    La sponsorizzazione di scalate tradizionali e di imprese alpinistiche di rilievo è un mezzo per attrarre l’attenzione della massa sulla montagna; ma l’alpinismo tradizionale ed elitario non interessa il produttore; il mercato sta appunto nella massa. Si auspica che in futuro la montagna venga sempre maggiormente strutturata per la fruizione facilitata, e già si rivelano vincenti le scelte di attrezzare aree sempre più ampie ed importanti: buoni esempi sono le pareti chiodate a spit nelle zone del Monviso e del Bianco, esempio che dovrà essere seguito dai gestori dei rifugi e dalle Guide anche di altre aree alpine, con il coinvolgimento delle aziende produttrici di materiali, le quali dovranno pensare ad investimenti mirati in questo senso per supportare e agevolare tali iniziative.
    Cito un esempio: lo scialpinismo si è trasformato in trent’anni da sport elitario a sport di massa.
    C’è un mercato da sfruttare, un mercato che deve diventare ancora più ampio, bisogna aiutarlo a crescere investendo oggi per raccogliere domani, anche in termini di occupazione.
    Quindi, mi dispiace molto per Lei e per coloro i quali si sentono depositari di una grande tradizione alpina, ma il mondo guarda in direzione opposta (l’Everest è già da molto tempo meta di spedizioni commerciali). Non interessa vendere poche paia di scarponi o di scarpette d’arrampicata ad un ristretto gruppo di puristi dell’alpinismo, interessa venderne un paio ad ogni persona tra i quindici e i settant’anni.

    La ringrazio per l’attenzione
    Con l’occasione Le esprimo la mia ammirazione per la Sua attività alpinistica e Le auguro un buon proseguimento.
    Cordiali saluti

    S.R. (A.D. di una società di ricerca e consulenza marketing aziendale)

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