Di fine estate

Camomilla

Camomilla nei pressi della Bordierhuette (Vallese, CH). Ottima per infusi serali.

Quanto segue potete saltarlo a piè pari, non aggiunge nulla di significativo.

Ora potrei scrivere che il primo settembre inizia l’autunno meteorologico, che sì, in fondo si protrarrà l’Anticiclone delle Azzorre ancora un po’, che se va tutto bene l’atmosfera di ottobre sarà quieta e con nuvole basse. Poi che l’estate sulle mie montagne quest’anno ha visto fasi alterne, con alcuni straordinari momenti. Potrei contare le vette, i metri di dislivello, disquisire sul tipo di roccia incontrata, che quella placca mi ha impegnato ma ha tenuto, che il granito è davvero aderente più di me. Che l’estate dura troppo poco, accidenti! Che sono arrivato a 30m da, son salito bene su, l’allenamento a… E quanti nuovi “4000” ho fatto, quanto ho dovuto tentare per? E altre preposizioni inutili.

No. Tutte queste sono fatalità che non importano, forse l’ho sempre capito. Ma faccio fatica a farlo capire, che vado in montagna solo per divertenti soddisfazioni. Così come a volte faccio fatica a farmelo capire. Perchè poi guardi tutti questi itinerari, tutti questi desideri, che si riconducono in numeri, relazioni, pianificazioni, percorsi. E te li metti lì, fogli sparsi, idee tra le cose fatte e soprattutto non fatte. Saranno aspetti inevitabili e necessari, ma non sono importanti infine. Rischiano di vorticare i desideri nelle ossessioni. Non sono cose che restano nella mente, come non restano i “successi” e gli “insuccessi”, non restano cose come la vita, la carriera, la conquista, la perpetua vicenda quotidiana della sopravvivenza.

E cosa mi resta, allora? Restano le sensazioni. Piccole sensazioni preziose, particolari a volte precisi e indelebili. L’odore improvviso dell’umidità di un ghiacciaio in ombra risvegliato dall’imminente calore mattutino. Un’erica o una primula che fiorisce su una parete verticale che se non ci sali sù non ci credi. Una cornice di neve dalle forme stravaganti che quando la vedi ti sembra di non essere più dove pensavi di essere. Il colore ed il calore della roccia, il piacere di riuscire a passare. Il sole dell’alba. Un lungo ghiacciaio in piena notte di plenilunio. I fiori di camomilla nella giusta luce. Guardare un panorama, il profilo accecante di una cresta di neve nel cielo blu. Gli equilibri impossibili delle pietre accatastate. Le antiche case di pietra, figurarmi la loro storia. L’incredibile momento del tramonto. Un cielo stellato d’alta quota. Le arniche, i gigli, le artemisie, le erbe aromatiche che coprono le morene.

Per inciso, qualche strana tensione ogni tanto aggiunge un tocco d’ambiente. Ricordo l’Androsace e la bufera sul Maudit, eccome!

Certo, anche la contemplazione della montagna in solitudine, attimi di assoluti solitudine e silenzio. Ma soprattutto restano i ricordi di aver condiviso e vissuto con pochi buoni amici queste sensazioni. Il piacere di un arrivo o un ritorno. L’idea e la complicità di aver fatto qualcosa di bello e in qualche modo unico, di aver vissuto un’esperienza indimenticabile e incommensurabile. La fine di una giornata quando se ne attende una nuova. Attimi di concentrazione o tensione che si risolvono in una risata. I sorrisi sinceri, li ricordo tutti, sono la più grande soddisfazione di un viaggio ben vissuto. Il tempo che passa e non importa. Dirsi che sì, è stata proprio una bell’impresa, foss’anche il solito itinerario. Quando mi ha detto «guardati attorno, hai visto dove siamo che bello!». Sono queste le cose che rimarranno limpide… nel “lento scorrere senza uno scopo di questa cosa che chiami vita”.

Ah dimenticavo, il primo settembre inizia l’autunno meteorologico.

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