I suonatori

Nei giorni di pioggia è bello anche ricordare canzoni! Visto che ho scritto delle rievocazioni popolari di Springsteen e de Gregori, parliamo per una volta di quelle delle vicine valli alpine, anche se qualcuno potrebbe dire – facendo eco ad un lamento di Guccini prima di cantarne una in bolognese – non è la stessa cosa! Per dire che raccontare in una lingua piuttosto che un’altra cambia il successo dell’operazione.

Li Sounalhè sono un gruppo di suonatori, appunto, ma anche cantanti e cantautori di lingua francoprovenzale. Una lingua minoritaria, quella in particolare che si aggira tra le Valli di Lanzo e la Val di Susa. Il loro album “Un viadjo” è, come dice la parola, un viaggio nei canti popolari locali, alla scoperta di suoni e parole di cui si sta perdendo o si era persa traccia. E di un certo tipo di vita, di una tradizione. Una interpretazione di canzoni del passato, ma non mancano composizioni originali, professionali e raffinate. Tutte unite da un gusto triviale della canzone, nata in modo informale e genuino.

C’è sempre stato un rapporto intenso tra canzoni popolari e tradizioni. È un rapporto che nasce dal basso, dalla vita quotidiana. Canzoni per feste e ricorrenze, altre che finiscono per incarnare un’idea o un senso di appartenenza. Trapela un senso un po’ romantico e fiabesco di una società radicata eppur precaria, che noi sappiamo minacciata da un futuro travolgente. Poi mi viene in mente lo strano gioco della tradizione antitetica alla rivoluzione, ma in realtà faccia di una stessa medaglia. Culture perdute di un’Europa travagliata, giocate tra successive invasioni e contaminazioni. Cambiamenti continui nell’incessante flusso della storia. Culture che nascono e muoiono, ma che possono e devono essere ricordate.

Il pensiero più bello nell’ascoltare questi brani è per la loro capacità di evocare il passato di una realtà specifica come quella alpina, oltre che di esistere per sempre nella storia. Ed ecco che in questo senso non esistono nemmeno lingue minoritarie (nel senso di quanti la parlano ancora?) – a tal proposito ricordo una frase tratta dal bellissimo film Agorà, quando nella foga dell’incendio della biblioteca d’Alessandria qualcuno afferma «salvate solo le opere maggiori, lasciate stare quelle minori!», cui fa seguito un «e quali sarebbero quelle minori?», ma di questo parliamo un’altra volta.

Devo ringraziare Ilio per aver avuto modo di conoscere questo disco in un giorno oltretutto inciampato a ricordar altre canzoni di gioventù. Per me ascoltare questi canti è anche riconoscere situazioni e momenti di vite di una precisa montagna, le mie curiosità e ritrosie per le tradizioni, e poi quella lingua un tempo familiare delle mie lontane migliori estati.

 

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