Everest, mito e realtà – il film

Segnalo l’interessante trilogia di film che Simone Moro presenta in questi giorni in edicola. Il tema è l’Everest.

Si parte dal celeberrimo soccorso prestato da Moro a Tom Moores, infortunato sul Lhotse, per poi descrivere l’affollamento degli ultimi anni sulla via normale della montagna più alta del globo. Nel 2012 Simone Moro deve rinunciare a traversare il Lhotse e l’Everest per congestione di traffico, mentre l’anno successivo con Ueli Steck rischia un linciaggio da parte dei sherpa. Questo episodio viene descritto molto bene.

Una tematica presente è anche quella del soccorso alpino in alta quota, che tende a diventare un “servizio”, come già sulle Alpi, ora anche in queste località. Simone Moro è pioniere pure in questa disciplina, pilotando egli stesso un elicottero in grado di sorvolare l’aria rarefatta dei limiti troposferici.

In definitiva questo Everest sembra diventato peggio di certe nostre vie alpine, dove il miraggio di una vetta famosa attira persone da tutto il mondo con viaggi organizzati, mentre la preparazione viene in parte sopperita dal supporto delle guide. Onestamente non sono affatto contrario a questo stato di cose – fintanto che il buon senso prevalga. Ognuno possa far la montagna che vuole e come vuole; l’idea che qualcuno possa impedire a qualcun altro di fare una montagna sulla base di un’etica superiore non mi ha mai convinto ed è un ragionamento pericoloso. Anni fa avevo tentato il Monte Bianco per la via dei troi monts. L’affollamento è davvero tale da rendere poco interessante questa salita, infatti se mai dovessi tornare su quella montagna la salirei da un’altra parte – che poi io non trovi nessuno a farmi compagnia è un altro discorso. Ma occorre accettare – e preferire se ogni tanto è quello che si cerca – che ci sia anche la via dove, in certe circostanze, si procede al ritmo di processionarie appena risvegliate dalla primavera.

Anche sul Cervino, non so se è vero, sono scoraggiato da numerose testimonianze che parlano di una via normale “delle guide”, dove se non sei con la guida vieni trattato male o addirittura impossibilitato a partire verso la cima prima delle cordate che hanno una sorta di “diritto di prelazione”. Mentre sul Gran Paradiso ho quasi sempre evitato la madonna di vetta, dove occorre attendere il turno per raggiungerla tra sguardi ben poco socievoli. In una circostanza sono stato quasi intimato di non salire il Dent d’Herens dal gestore del Rifugio Aosta (eravamo gli unici senza guida e avevamo l’aria di gente “poco a posto”).

Devo dire però che quasi sempre la montagna si rivela un ambiente meraviglioso e frequentato da persone eccezionali. Come diceva Vytsosky, “se non sai se puoi fidarti di un compagno, portalo in montagna”, perchè è in montagna che a volte conosci davvero bene le persone ed un poco dell’anima che ci portiamo dentro.

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