“Un po’ del nostro tempo migliore”

Ogni tanto mi chiedo quale sia la cima più bella che abbia mai salito. Ovviamente la risposta è sempre la stessa: quella ancora da salire. Perchè anche in periodi di mountaineering “incertezza” come quello che sto attraversando le sensazioni per la bellezza della montagna non mancano mai.

Se non l’avete ancora capito questo è un articolino di riepilogo, poco interessante, anzi vi consiglio di passare subito al successivo, se e quando mai ci sarà.

La salita più bella – se proprio insistete a leggere – vi dirò che non è per forza una salita “prestigiosa” (si fa per dire, nel mio caso) o quella che richiede più allenamento e sacrificio. È invece quella che sa catalizzare in un filtro misterioso e delicato quelle sensazioni della montagna che ce la fanno apprezzare nel suo profondo. Sono sensazioni che vanno cercate, ma anche nella ricerca accadono solo per puro caso. E raramente.

Naturalmente anche le persone che si incontrano per condividere questi sogni sono importantissime. Penso di aver conosciuto almeno due categorie di persone che vanno in montagna. Chi va in alto per fuggire dal basso, perchè la montagna cura malesseri, irrequietezze e inquietudini; e chi va in alto per semplice passione. A volte si appartiene ad entrambe le categorie, ma in genere nella prima si trovano più escursionisti. Perchè se non stai bene non hai testa per arrampicare o affrontare impegni tecnici e delicati. Viceversa, a volte chi arrampica si lascia prendere da ossessioni competitive, tecniche, ansie o formalismi che rischiano di mettere in secondo piano l’esperienza.

Passione è una parola semplice in sè, ma abusata. Riconoscere una vera passione che non sconfina in ossessioni varie o altri alibi non è semplice.


La salita migliore nel mondo dello scialpinismo fu alla Tersiva. Una salita di stampo primaverile, ma portata a termine in pieno inverno. Oltre 2000m di dislivello su una neve di ogni tipo e mai bella.

Se Angelo – l’audace amico che acconsentì di accompagnarmi qui –  dovesse leggere sarebbe forse stupito che annoveri proprio questa salita tra le migliori! Per di più a metà salita mi si staccarono le pelli e se non era per il nastro anglosassone del mio amico sarei dovuto tornare indietro.

Eppure che ricordi mi suscita ancora quell’atmosfera unica dei giorni del solstizio invernale, con condizioni di sicurezza uniche in quella stagione, e l’incredibile scoperta, passo dopo passo, del Vallone del Grauson nel suo gelido candore. Un ambiente vario, tutto da scoprire, nell’incredibile contrasto tra il buio della valle ed il sole che nelle sue breve ed intense ore passate sopra l’orizzonte ravvivò la luce dei pendii innevati.

Tornammo a Gimillan che era ormai buio, trovando a sorpresa un bar aperto. Mai tè fu più buono quella sera, davanti ad un nostalgico poster della Destivelle.


Nel mondo dell’arrampicata mi avvicinai tardi, ad età avanzata perchè in ambito familiare l’arrampicata era considerata un’attività pericolosa e da matti. Nel 2003 frequentai un corso di alpinismo in una scuola del CAI. Gli allievi erano per lo più in età da pensione. Venivano coccolati giustamente gli allievi più dotati: io non ebbi un gran successo nell’ambiente, non perchè fossi anche io già in età da pensione, ma per scarsa attitudine. Il buono dei corsi però è che ti danno gli strumenti per andare autonomamente in montagna nella relativa massima sicurezza.

Nel 2007 ebbi la fortuna di conoscere il Cammello quando ancora era in periodo alpinistico. Mi propose la Rosenkrantz all’Uja di Mondrone! Un’occasione unica per fare una via che per me era una leggenda mirata sui libri di Grassi e che mai avrei creduto un giorno di ripercorrere. Il Cammello aveva – ed ha ancora – una conoscenza tecnica della montagna ragguardevole e fonte per me di ammirazione. Non esisteva manovra che non conoscesse o che avesse avuto modo di praticare in anni di frequentazione del Soccorso Alpino, in cui per un certo periodo rivestì il ruolo di locale capoposto. Ebbi anche modo di riconoscere ed ammirare la passione dei volontari che partono per aiutare chi è in pericolo, con grande spirito di solidarietà ed abnegazione.

Che emozione trovarmi così a salire quella via! Ricordo poi che il Cammello ebbe l’idea di mandarmi avanti per alcuni tiri, trovandomi da primo su una via di cui avevo un profondo timore reverenziale. Che spettacolo scoprire tutte le forme che nascondeva quella che dal basso sembrava solo una parete verticale, per poi posare i piedi sul caratteristico terrazzone. Sì, più che arrivare in vetta mi incuriosiva attraversare quell’inaccessibile terrazzone sospeso ad un centinaio di metri dal culmine della montagna.

Essendo partiti già tardi, arrivammo in cima intorno alle 16h e ricordo che il Cammello, appena slegatosi, corse a valle senza quasi salutarmi, piantandomi in asso proprio in cima all’Uja! Era preoccupato che qualcuno ci desse per dispersi.

Io invece non ero preoccupato: troppo felice di godermi quel momento me ne restai in cima ancora un po’ a prendermi il caldo sole che la parete mi aveva celato. La giornata era calda e fantastica. Con relativa calma mi avviai verso il basso, il Cammello mi aveva anche fatto il piacere di andare a tranquillizzare tutti. Ancora oggi gli sono grato per quella bella esperienza.

In prossimi ipotetici capitoli vi narrerò qualche esperienza pre 2007: i miei primi significativi insuccessi in montagna.

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