Storie di felicità

Leggere i libri di Vecchioni è un po’ continuare sul filo delle sue canzoni. Ne “La vita che si ama – storie di felicità“, torna una sorprendente freschezza, una genuina e divertita sincerità.

La premessa di un libro per i figli, cosparso di canzoni per i figli, non è affatto delle migliori. Ma il pregiudizio viene subito infranto dall'”urgenza” che sta alla base dei racconti che troviamo in questo ultimo lavoro. Uno scritto istintivo, autentico, finalmente di nuovo uno di quei libri che leggi tutto d’un fiato.

Il sottofondo è sempre quello della Gran Tristezza Finale, e c’è pure il dubbio che le parole siano tutte inique, consolatorie, o solamente “cialtrone”. Al contrario, la confessione è autentica. La felicità, anche. Quella felicità che deve accompagnare la vita. Il mezzo, non il fine. La geometria, non una figura. Non la serenità, anch’esso fine rischioso ed ambiguo, di scarso valore e durata (“se arrivo, vuol dire che a qualcuno può servire, e questo lo dovessi mai fare, tu questo, non me lo perdonare”).

Ad accompagnare la felicità ci sta un tempo verticale, quello che nella vita unisce i puntini indistinti del tempo orizzontale, cronologico. Non per rivelare il destino: il destino è quel che ci raccontano, il destino non è mai felice. Al contrario, per cambiarlo.

Dev’essere così anche in montagna. Faccio sempre fatica a convincere qualcuno (anche me, a volte) che in montagna in fondo vado per divertirmi, anche quando costa fatica, su in alto, e c’è sempre qualche imprevisto. E, invece, è solo felicità: sogno, entusiasmo, curiosità, qualcosa di primordiale che devi avere addosso. Forse, come diceva qualche anno prima lo stesso autore, “non importa quanto si vive, ma con quanta luce dentro”.

Un libro interessante anche per chi di vita non ci riesce a capire niente, come il sottoscritto.

Non si è felici nell’imperturbabilità, ma nell’attraversamento del vento e della tempesta.

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